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Dalla raccolta di racconti "Fiori di rosmarino" di Livia Tortonesi
Dal racconto "Ai piedi del Telamone":
"La Golf verde chiaro metallizzata sfrecciava veloce sull'autostrada: l'uomo e la donna che la occupavano posavano distrattamente lo sguardo sul cofano, che sembrava raccogliere su di sé, e moltiplicare, lo sfolgorio della luce riflessa dal mare. Avevano imboccato la A14 vicino a Pescara, in direzione sud, ed erano intenti a seguire ognuno i propri pensieri, immersi in un silenzio ostile che li allontanava tra loro come un cuscino di aria fredda.
Lei si volgeva a guardare le distese gialle, di oro fluido, dei girasoli appena mossi dal vento, e si stupiva del fascino immutabile degli ulivi nodosi rimasti di guardia ai campi di erba medica; lontano, tra le colline che scendevano fino alla costa, appariva a tratti l'azzurro calmo del mare, e soltanto nelle gallerie veniva a mancare la presenza rassicurante delle migliaia di oleandri fioriti, che formavano un nastro rosa punteggiato di bianco, lungo chilometri.
Lui guidava senza fatica sull'autostrada quasi deserta della domenica mattina e assecondava le inclinazioni dei pendii che stavano velocemente superando: di tutto quello che gli scorreva via, davanti al parabrezza, notava soltanto che, per essere ai primi di luglio, il paesaggio abruzzese conservava ancora un verde intensamente fresco. In contrasto, sentiva aumentare dentro di sé un senso di cupa impotenza, per non riuscire più ad accostarsi alla donna con l'entusiasmo sorridente con cui l'aveva affascinata nei primi tempi.
Era come se entrambi si fossero dimenticati la formula magica della spontaneità e non avessero più niente da dirsi; l'urgenza di vedersi e di parlarsi, che li aveva costantemente tormentati qualche mese prima, adesso era difficile perfino da ricordare; le loro energie non venivano più assorbite da un ritmo di vita intensamente felice, e il tempo e i giorni avevano ripreso le normali connotazioni, quelle precedenti al loro primo incontro….."
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Dal romanzo "Carezze di luce sulla Val Venosta" di Livia Tortonesi
Dal Capitolo 2:
" …. Ma quella notte, le rovine di Montechiaro continuarono a turbare Barbara anche nelle profondità del sonno.
Sognava di salire per l'incerto sentiero che portava all'entrata del castello e di giungere a toccare gli antichi muri, intrisi di profumi alpini e della luce del sole che li aveva scaldati per secoli. Rivedeva perfino le erbe selvatiche: alte, e inframmezzate alle pietre sbrecciate, che le diapositive le avevano mostrato poco distintamente, come cespugli irregolari.
Nel sogno, Barbara avvertiva anche gli odori: il profumo del fieno appena tagliato nei prati ai piedi del castello, l'aroma un po' asprigno emanato dai fiori selvatici, l'acre fumo che proveniva dalle cucine del maniero, rimaste miracolosamente in funzione nonostante i padroni fossero scomparsi da secoli…..
Il sogno si era dilatato piacevolmente, l'aveva presa per mano e sospinta con leggerezza ad esplorare qualcosa che sembrava chiamarla da molto lontano.
Infine, la ragazza si era risvegliata……"
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Dal romanzo "Appuntamento a Tarces" di Livia Tortonesi
Dal Capitolo 1 - Ferrara, una domenica di febbraio:
"Una mattina dall'aria fredda e limpida.
L'alba si era annunciata in un cielo cupo chiazzato di grigio, ma presto aveva avuto la meglio sulle ultime nuvole viola raggrumate dalla notte. Mentre le villette della periferia risorgevano lentamente dall'oscurità, con uno sfavillio sempre più energico il sole aveva allagato le campagne, e strisciando sui prati fin sotto la cinta muraria della città aveva pennellato di un rosa fugace i pioppi disseminati lungo le piste ciclabili; ancora un istante, e aveva raggiunto le robinie sopra le mura di S. Rocco per farle vibrare, snelle e scure, contro l'azzurro puro che ormai inondava il cielo: un albero accanto all'altro, ognuno diversamente proteso verso il nuovo giorno. Quel tratto delle antiche fortificazioni di Ferrara era l'ultimo baluardo da superare per conquistare la città; dopodichè, stendendo una carezza radente sui quartieri addormentati, il sole aveva incendiato ad uno ad uno i tetti delle case, e ancor prima i simboli che spiccavano da secoli sopra quella distesa rossastra: le torri del castello Estense e il campanile della Cattedrale.
Piazza Municipale, come al solito, era rimasta avvolta nell'ombra……"
Dal Capitolo 6 - Atmosfere di Maccagno
"Costanza spalancò la finestra e appoggiò i gomiti sul davanzale rivestito di marmo. L'aria di marzo era piacevolissima fin dal primo mattino e le permetteva di stare affacciata a lungo, a godere dello spettacolo del lago. Sforzandosi di allontanare la tensione che le era rimasta addosso dalla notte - erano ancora molte le notti insonni in cui combatteva contro l'angoscia - fece scorrere lo sguardo sul paesaggio vastissimo che aveva davanti: non poteva ignorare l'asprezza di certi versanti delle montagne, ma appena sotto ai nuclei di case aggrappati alle loro pendici l'immenso specchio d'acqua, a quell'ora chiazzato di bianco e di azzurrino, le inviava la confortante sensazione di non essere sola. Leggerissimi fremiti di vita giungevano dalle solitarie barche a vela che solcavano il lago, dai battelli che ridisegnavano ogni giorno le medesime rotte e dal viavai attorno alle ville che spuntavano in mezzo ai giardini. Più a nord, oltrepassato il confine svizzero, le palme si facevano più frequenti, ma già nei dintorni di Maccagno le piante sempreverdi mostravano un incredibile rigoglio. Anche quella mattina il lago riusciva a stupirla con i suoi colori vellutati, misteriosamente diversi da quelli del giorno precedente. Per cogliere uno scintillio tutto particolare, Costanza sapeva di doversi volgere verso Intra: in quella direzione, nel tratto del Lago Maggiore che bagnava le case di Ghiffa, si concentrava la prima luce del giorno ed era un luccichio insostenibile...."
Dal Capitolo 15 - Sul colle di Tarces:
Nel sole accecante
di luglio che scaldava il "Tartscher Bichl", i discorsi continuarono ad intrecciarsi
in libertà.
"Se volete, possiamo chiedere al contadino che abita laggiù di prestarci
la chiave di S. Vito". - Susanne conosceva quasi ogni abitante di Tarces.
"Chissà com'è la chiesa all'interno….."
"C'è una fascia dipinta che corre orizzontalmente nelle pareti, fin dietro
l'altare, e ha motivi a meandro molto misteriosi."
Martin l'aveva osservata molte volte:
"Ricorda le decorazioni celtiche, e pare che anche il nome "Tartsch" sia di
derivazione celtica."
"E cosa vorrebbe significare?"
"Radice. Strano, vero?" - Ma Hugo pensò che non era poi così strano.
Sui prati del "Bühel" si aveva l'impressione di trovarsi in un punto speciale
della Val Venosta, dove era più facile ascoltare le proprie pulsioni
e dove i desideri inconsci prendevano le forme di pensieri chiari, forse perché
il silenzio vibrava ad ogni folata di vento e faceva dimenticare qualunque altra
dimensione.
"Non so come dirlo, ma qui ho la percezione di vivere nel presente più
intensamente del solito" - già, per Elisabetta il presente non era più
un istante veloce, una continua biforcazione tra passato e futuro……
"Forse, più semplicemente, in questo luogo disabitato ci sentiamo liberi
come vorremmo sempre sentirci."
La pace che avvolgeva il misterioso colle di Tarces invitava ad assaporare le
piccole felicità di ogni giorno, senza chiedere troppo a se stessi; anzi,
rallentando il passo non appena si perdeva il contatto con le proprie energie
più nascoste: gli amici ne erano tutti consapevoli, e si scambiarono
l'un l'altro sguardi di intensa e affettuosa complicità.
© Livia Tortonesi - Ferrara, 1997-1998-2000
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